
lunedì, giugno 22, 2009

sabato, maggio 30, 2009
n.10 (40)
La citta’ e’ molto piccola ma mostra subito il suo immenso fascino. E’ una fortuna che l’Unesco l’abbia nominata patrimonio culturale dell’umanita’. In questo modo ne verranno preservate le bellezze naturali ed architettoniche. Gia' capitale del Regno del Laos prima della rivoluzione, Louangphrabang e’ una piccola penisola bagnata da due fiumi che si incrociano: il Mekong e il Khan. Il suo tempio piu' famoso, nonche' uno dei piu' belli e singolari finora visitati porta un nome ancora piu' impronunciabile. Sfido qualunque funzionario dell'Unesco a ricordarselo!
Se volete ve la racconto:
Gli khmer rossi erano appena saliti al potere e stavano mettendo a ferro e fuoco il paese, riducendolo ad una grande azienda agricola a conduzione militare quando questa storia ha inizio. Nao aveva un paio d'anni e viveva alla periferia della citta’ di Siem Reap (a nord) con la sua famiglia.
Il padre era ingegnere e lavorava per una ditta francese. La mattina stessa, una volta recatosi sul posto di lavoro, venne avvertito dal suo capo che era in stretto contatto con l’Ambasciata francese a Phnom Pehn: -Devi lasciare subito il paese, avverti la tua famiglia, prendi lo stretto necessario e recati in Tailandia- gli disse- non c’e’ tempo da perdere, gli Khmer rossi stanno facendo razzia, deportando tutti nelle risaie oppure uccidendoli brutalmente- e aggiunse – Dovete partire. Ora!- E cosi fu. Solo la sorella della mamma di Nao non fece in tempo a sfuggire alla furia degli khmer rossi, venne bloccata alle porte della citta’ e deportata nei campi, mentre il resto della famiglia si precipito' olteconfine senza poterla aspettare. Ebbero la possibilita’ di trasferirsi in Francia dove, tentarono in tutti i modi di rimettersi in contatto con la parente sfortunata senza mai riuscirci. Qualche anno dopo la caduta della cricca di Pol Pot, la famiglia si reca di nuovo in Cambogia per dare un’ultima chance a questa ricerca disperata. L’idea della madre fu molto semplice (forse troppo secondo il padre di Nao): lasciare un biglietto nei pressi del pozzo dove, da bimbe, andavano a prendere l’acqua. Orbene, a trovare quel biglietto fu la figlia della zia di Nao. Tra le lacrime e l’emozione ella racconto’ la sua storia di come le sue capacita’ culinarie la salvarono dalla furia di quei criminali, promuovendola cuoca ufficiale di qualche quadro del partito. Con gli occhi lucidi Nao mi racconta la sua storia, felice di poterla trasmettere e far cosi rivivere il ricordo di suo padre e di sua sorella, scomparsi qualche anno fa.
Risaliamo il Mekong fino alla citta’ di Huay Xai, prima di varcare di nuovo il confine e tornare in Tailandia per ritrovare Federigo.
Louangphrabang dista solo due giorni di battello dal confine tailandese, con una sosta in un anonimo paesino dedito prettamente al turismo one-night-stand.
A Huay Xai saluto il mio amico franco-cambogiano, con i consueti auguri di buona continuazione e la promessa di una birra a Bruxelles, varco il confine con la Tailandia (per la quarta volta in questo viaggio!). Mi trovo nel profondo e spettacolare nord e dopo una prima tappa a Chiang Rai e una seconda a Mae Salong rivedo finalmente Fede a Chiang Mai.
Purtroppo le sue condizioni di salute non sono migliorate e il suo limite di sopportazione e’ stato abbondantemente superato una volta tornati a Chiang Rai. Federigo decide cosi di lasciare anzitempo la Tailandia per tornare in Irlanda con tre settimane d’anticipo sulla tabella di marcia e tentare un approccio europeo a questo fastidio allo stomaco che lo tortura da piu di un mese, oramai. Pioggia, silenzi e bestemmie fanno da cornice ai saluti e agli abbracci consumati all’aeroporto di Chiang Rai.
Good Luck my friend!
E resto solo in questa citta’ che sembra essere fatta su misura per me. La Lotus Guest House di Chiang Rai e’ un’ottima base per qualche altra sorprendente escursione nonche’ il buffo palcoscenico di incontri bizzarri.
Di alberi carichi di dolcissimi lichi e di infinite piantagioni di the, di improbabili partite a calcio a mille metri sul livello del mare e di singolarindividui incontrati on the road ce ne occuperemo nell’ultimo numero del bolletThai… tra qualche giorno sul terzo mellennio.
Buon inizio di mellennio a tutti
giovedì, maggio 28, 2009
Naturalmente non tirava un alito di vento e il livello di umidita’ era scandaloso. Ma noi ci siamo recati tosto in stazione dove l’aria condizionata e’ sinonimo di vita e abbiamo aspettato il nostro bel trenino.
Cuccetta in seconda con super ventilatore rotante e si parte, c’e’ solo una nottata in treno che ci separa dal confine con il Laos.
Qui si consuma la nostra prima esperienza da Couch-surfers (http://www.couchsurfing.org/). Siamo ospiti di un’altra novella couch surfer: Anna, che dall’ostile Albyone si e’ trasferita a Vientiane 6 anni orsono. Vive poco fuori citta' con due splendide fanciulle Noi e Noi di 10 e 17 anni, praticamente adottate e un paio di pigrissimi cani. Insegna inglese in una prestigiosa scuola privata e parla il lao come se fosse la sua lingua madre.
Ci si teneva particolarmente ad arrivar in tempo a casa perche’ era in programma un’altra esibizione culinaria da parte dei vostri “marchipoli de noartri”, ma stavolta il palcoscenico non era piu’ una fredda (e pulciara) Guest House bensi’ la cucina della nostra Anna che aveva deliziosamente provveduto a non farci mancare del discreto vino rosso e aveva anche apparecchiato nel suo cortile come se fosse un vero ristorante: luci basse, ventilatori puntati verso le sedie e calici pieni.
L’amatriciana ha avuto notevole successo e noi abbiamo festeggiato con un altro brindisi.
Cosa c’e’ di male? Vi starete tuttincoro chiedendo, additando quest’umile osservatore e tacciandomi di bigotto, invidioso e finto moralista.
In questo luogo si consuma un ben piu’ triste avvenimento: la separazione tra l’acciaccato Minello e il sottoscritto. Una separazione breve ma non indolore (soprattutto per lui), costretto a fare retromarcia e consultare un altro medico. Torna quindi a Vientiane con Anna, il vecchio Fede, mentre, mio malgrado, continuo il mio viaggio verso Luanghprabang
A suivre...
sabato, maggio 23, 2009
n. 8 (38)
SONGKRAN: IL DIAVOLO E L'ACQUA...FREDDA!
Per cercare di smorzare i ritmi frenetici della spedizione asiatica e goderci il capodanno Thai in tutta la sua stravaganza, decidiamo di invertire la rotta e di tornare in aereo a Bangkok via Phnom Phenn. Sorpresa delle sorprese ci ricongiungiamo sia con la nostra Emma e la sua nuova amica Beata, sia con Giorgia ed Anna (foto) le due matte di Parma.
Da qui comincia l’avventura del Songkran...
Per chi non e’ avvezzo alle tradizioni ed ai costumi tailandesi, la descrizione di cio’ che accade per i 3 giorni del capodanno potrebbe sembrare quasi accettabile. Si deve pero’ tenere presente che i compitissimi e quasi asettici tailandesi durante il Songkran si trasformano in dei giocosi bambinoni il cui unico scopo e’ quello di trasfomare a colpi di secchiate (per lo piu' gelate) e gavettoni, le vie di ogni centro abitato in un enorme campo di battaglia. Coincidendo infatti con il periodo piu’ caldo dell’anno, quest’antica usanza prevede di bagnare il Buddha con dell’acqua per pulirlo e rifocillarlo. Nel corso dei secoli pero’ i thai hanno pensato bene di estendere la tradizione a tutti coloro che gli capitano a tiro versandosi a vicenda acqua o cospargendo gli altrui visi con polvere di riso, talco o tapioca.
L’atmosfera e’ vibrante ed avvisati da Emma su quello che di solito accade per le strade, decidiamo di armarci di fucili ad acqua a corto e medio raggio. Paradossalmente questi di meta' aprile sono anche i tre giorni piu' infuocati degli ultimi mesi, qui a Bangkok, a causa degli scontri tra forze governative e i sostenitori dell'ex premier tailandese Taksin: uno che e' stato mandato via a calci nel culo perche' possedeva troppe televisioni ed era stato accusato di corruzione!!!!!!
Riusciamo ad alternare la curiosita' per l'evento mondano con i fatti che stanno allarmando il mondo a causa dello stato di emergenza annunciato dall'attuale premier e facciamo una sorta di spola da una zona all'altra della capithai.
Il viaggio in treno dura poche ore ma, state tranquilli, se avrete la nostra stessa fortuna, il controllore vi annuncera' la fermata... con un sonoro e corposo rutto!
Benvenuti ad ARRUTTHAYA
Si resta attoniti e allo stesso tempo complici con questo nobile dipendente delle reali ferrovie tailandesi.
Presso la Guest House dove abbiamo alloggiato ci siamo anche esibiti in cucina e abbiamo offerto la cena allo staff. Spaghetti funghi e bacon per tutti! Per sdebitarsi, i nostri simpatici e nuovi amici, ci hanno fatto pagare anche l'acqua usata per bollire la pasta!!! Raramente s'incontrano tailandesi cosi viscidi. Uno di loro portava anche la maglietta della nazionale francese!
Si riparte tosto ancora verso nord. Sukhothai: L'alba della felicita'.
giovedì, aprile 30, 2009
n. 7 (37)
di come si sopravvive agli ostili sellini delle bici di Kratie in un assolato pomeriggio sul Mekong a caccia di delfini d'acqua dolce
Sono le dieci di mattina e il caldo e’ gia’ soffocante a Kratie.
In sella! Si parte! Il quartetto che forma il triangolo Parma-Bruxelles-Dublino e’ in movimento.
“Where you go?” Ci chiede, a mo’ di cantilena ogni cambogiano, dopo il canonico “Hello-What’s your name?”. In realta’ puntiamo verso nord (N.d.Cla: come direbbe una giovane marmotta): Sambour, localita’ rurale sul Mekong da dove dovrebbero scorgersi i famosi delfini d’acqua dolce ma quel che piu’ c’interessa e’ costeggiare il fiume e goderci la semplicita’ della vita di campagna.
Per fortuna che a ripararci dai violenti raggi del sole ci pensano due file di maestosi e splendidi alberi che formano una specie di tetto sul rovente asfalto. Federigo ed io non possiamo che apprezzarne il nome e sentirci bene sotto quelle foglie.
Ci fermiamo spesso per rifocillarci con un succo di canna (da zucchero!) o per curiosare in una Pagoda. In una di queste veniamo presi in simpatia da un gentilissimo bonzo: il suo nome risponde piu’ o meno a PIZZAHAT e il suo inglese era pieno di buona volonta’. Ci offre del cibo caldo e dell’acqua… anch’essa calda! Proviamo a comunicare ed a spiegare le ragioni che ci hanno spinto fin li, dando cosi modo anche a noi stessi di capirlo. C’e’ anche un anziano signore che sfoggia un limitato ma decorso francese, rimasuglio del protettorato dei galli, durante gli anni’50.
Il simpatico bonzo ci fa fare un giro del complesso monasteriale, sede della scuola elementare locale e delle abitazioni dei monaci. Qui si presenta un simpatico ragazzotto di nome Bona che, fino a qualche anno prima, solcava quei banchetti. Ora Bona va a scuola a Kratie e sfoggia un inglese da far invidia ai suoi coetanei. “I miei amici si vergognano di parlare inglese quando incontrano stranieri”, invece Bona si lancia in spiegazioni ed aneddoti da far invidia ad una guida professionista. Ci svela anche che il suo sogno e’ diventare un bravo medico e che durante le vacanze che precedono il capodanno Khmer si improvvisa guida turistica con tanto di motorino. Ci invita infine a casa sua, dove avra’ modo di dimostrare ai suoi genitori quanti progressi ha fatto con l’inglese. Accettiamo volentieri e gli promettiamo di farlo al ritorno dalla nostra escursione.
Al nostro passaggio c’e’ sempre la squillante voce di un bimbo che saluta ridendo: “hallo-what’s your name-where you go?” Con altrettanta gioia rispondiamo a tutti regalando smorfie e sorrisi a nostra volta.
Le palafitte danno quasi tutte sulla strada e la quiete viene spesso spezzata da un uso spropositato del claxon e dall'entusiasmo da formula 1 che si impossessa del cambogiano al volante. Credo che tutto cio' sia dovuto ai tardivi lavori che hanno portato le strade asfaltate quasi ovunque ed alla mancanza del codice della strada (vedi video-bollettao su: http://www.youtube.com/watch?v=XMfFpsTFdRE ).
A questo punto il lettore attento si stara’ chiedendo dove sono i delfini cosi’ avidamente agognati. Ma prima di arrivare a questo delicato punto della giornata, si improvvisa, con le nostre compagne di viaggio, un consulto su altre parti altrettanto delicate e non poco martoriate sia dalle condizioni delle strade sia da dei sellini impietosi. Progettati infatti da un discepolo del Marchese De Sade, questi moderni strumenti di tortura si dimostrano alquanto efficaci nel ridurre le nostre resistenze anali ai minimi termini.
Sopportiamo il dolore issandoci sulle bici come ci ha insegnato Pantani in volata. Superiamo il punto di avvistamento dei delfini, convinti di trovarne un altro ed incoraggiati dai prezzi in stile strozzinaggio ma ci imbattiamo in uno strano, quanto piacevole stabilimento balneare sul Mekong.
Qui abbiamo modo di riposarci e di dondolarci su un’amaca. Mentre osserviamo i bagnanti che, vestiti di tutto punto come si confa’ al galateo locale, si fanno il bagno nelle fresche acque del fiume, pensiamo bene di mettere i piedi a mollo e godere del massaggio naturale della corrente. Pessima idea! In agguato c’e’ lui! Il pisciatore della domenica!
Nascosto tra le frasche, lontano dai punti di ristoro e relax, ma non da noi, c’e’ un signore che, accortosi del nostro sconcerto, sghignazza sornione mentre scarica gli eccessi di birra assunta in precedenza. Noi facciamo in tempo solo a mandargli una raffica di maledizioni prima di ritrarre i piedi che rischiavano di essere vittime di un inaspettato surriscaldamento delle acque.
Siamo ai bagni di Krapi ed i delfini non hanno intenzione di farsi vedere, probabilmente anche loro sgomenti per il progressivo innalzamento della percentuale di urina nell’acqua.
Immense nubi cominciano a coprire il cielo, in lontananza si scorgono lampi che illuminano l’imbrunire, temporali ed arcobaleni. Tutti segnali che inducono i vostri beniamini a filarsela prima di rimanere bloccati in bici sotto un temporale tropicale! Il tempo sembra tenere ma quando passiamo nei pressi del villaggio di Bona, dobbiamo declinare l’invito e tirare dritto fino alla guest-house.
Un pomeriggio indimeticabile malgrado l’esodo dei delfini, allietato da due splendide compagne di viaggio che ci lasceranno la mattina successiva per proseguire sul loro itinerario.
Per la cronaca, l’invito verra’ onorato l’indomani e Bona dimostrera’ davanti a tutta le sua famiglia le sue doti di ottimo comunicatore anglofono. Auguri a lui ed ai suoi sogni.
La luce di Kratie mi e’ entrata nel cuore.
Il sellino della bici, invece….
Buon inizio di mellennio
venerdì, aprile 24, 2009
n. 6 (36)
“Riso, risaia, come me vie’ da ride”
Ride bene... chi ride
N’e’ passata d’acqua sotto i ponti…
Le alternative hanno due ruote: la moto, oltre ai prezzi alti per noleggiarla per una settimana, avrebbe bisogno di piu’ esperienza da parte del sottoscritto per affrontare terreni dissestati e poi non abbondiamo in fiducia nei confronti di chi noleggia (o vedi anche totale mancanza di noleggiatori. Altra chance: la bicicletta per coprire 115 km in due/tre giorni.
Ce la possiamo fare, ma a spazzar via l’ultimo romantico modo per risalire le rive del Mekong ci pensa un temporale che ci ha tenuti svegli quasi tutta la notte, essendoci noi sistemati in una stanza su di una terrazza col tetto in lamiera!!!
Con la coda fra le gambe... e la vecchia sulle ginocchia
La mattina ci rechiamo tristemente alla fermata del bus per Kratie, che altro non e’ che il ciglio della strada dove da dietro ad un tavolinetto di legno siede una signora con una lista di posti liberi e un telefono cellulare. Il percorso del bus non e’ quello che avremmo voluto fare noi. I kilometri sono il doppio e le tappe infami.
Il pullman arriva a Kampung Cham con piu’ di due ore di ritardo e prima di ripartire si perde ancora un po’ di tempo, tanto per gradire. Il vano bagagli e’ stracolmo di pacchi. I posti assegnati sul mezzo, secondo il biglietto, sono solo un’illusione. Ci si sistema alla meno peggio nell’ultima fila, da bravi gitanti delle medie, con i nostri zainoni e le nostre madonne. Nel corridoio del pullman regnano altri pacchi, pile di sedie in plastica e un gran bel materasso matrimoniale rosso! La liberazione sperata, legata alla partenza, dopo le lunghe attese non sembra materiallizzarsi; Il pullman si fermera’ decine di volte in pochi chilometri per far salire altra gente e altri pacchi. E chi se fotte se non c’e’ posto!
Federigo si ritrova in posizione meditativa con le gambe incorciate ed una vecchietta che gli si siede praticamente in braccio e lo deliziera’ durante il viaggio con gli odori dei suoi snack al gusto di pesce essiccato. Nauseabondo! Giorgia, estremamente sensibile agli odori forti, si gioca la carta dentifricio sotto le narici, in uno stile macabro da obitorio. Fede, che non ama particolarmente il cibo ittico, ne segue l’esempio e la tensione, la fatica e la scomodita’ sfociano in sonore risate.
(a suivre...)
giovedì, aprile 23, 2009
“Riso, risaia, come me vie’ da ride”
Dopo circa sei ore di viaggio arriviamo a Phnom Penh, la capitale cambogiana devastata dai Khmer rossi nel 1975 e dal capitalismo nei giorni nostri.
Le condizioni dell’asfalto sono di tutto rispetto e, malgrado la stanchezza, non riesco a dormire: i miei occhi devono registrare ogni singola risaia, ogni bufalo infangato, ogni bimbo mezzo nudo che -sorridendo- corre verso la madre sdraiata su un’amaca, ogni singola casa rialzata su piloni fatti di tronchi di palma, coperta di foglie secche, ogni nuvolone che modifica la luce di questi spazi infiniti.
Di paesi, anche piccoli, con tanto di palazzine e negozi ce ne sono ben pochi; i villaggi si spalmano lungo la strada principale e sono organizzati alla meno peggio.
Pastorizia e agricoltura, questo e’ il motore della Cambogia che s’intravede dal finestrino. Ogni tanto ho l’impressione di vedere buche sospette, buche provocate da scoppi di mine antiuomo. La Cambogia negli ultimi 40 anni e’ stato terreno di battaglia per vietnamiti, americani e kmer rossi, tutti artefici di crimini contro l’umanita’, per aver sotterrato decine di milioni di mine, le piu’ delle quali hanno amputato gli arti a bimbi e semplici contadini. Si stimano ancora 10-12 milioni di mine ancora inesplose!!! Associare quelle buche a quegli eventi non e’ poi cosi’ assurdo.
La leggenda narra di una certa Madame Penh che trovo' quattro statue di bronzo in un tronco che galleggiava sul Mekong. Per mettere al sicuro il suo tesoro lo seppelli' sotto ad una collina di pietre (in khmer Phnom), dove venne poi edificato uno stupa. Nel XV secolo, questo che fu un semplice villaggio di pescatori, divenne la sede dei re Khmer, dopo la caduta di Angkor nel 1431.
Oggi Phnom Penh e’ una giovane donna violentata e ferita nell’animo. Pol Pot e la sua cricca, dopo averla liberata dagli americani e dalla guerra, l’ha letteralmente svuotata, deportando quasi tutta la popolazione nei campi di lavoro (i raccapriccianti killing fields) e riducendo in un mucchio di macerie quel gioiello del sudest asiatico. Le chiese divennero risaie e le moschee... porcili!!! Una scuola elementare e’ stata trasformata nell’ S-21, la sede del carcere e centro torture. Da quell’inferno sono sopravvissuti solo 6 cambogiani su 17.000! Un pomeriggio al Tuol Sleng, che oggi ora ospita il Museo del Genocidio, non potra’ lasciarvi indifferenti. Si consiglia di non mangiare pesante prima della visita (dopo la visita, invece, avrete lo stomaco chiuso!). Ora Phnom Penh sembra voler timidamente rinascere ma il suo patrigno e’ il capitalismo venuto dalla Cina e dalla Corea, l’ignoranza si sposa bene con l’avidita’ e di scrupoli questa gente se ne fa pochi.
Cosa ci si potra’ aspettare?
Per qualche giorno resto barricato al settimo piano di un hotel del quartiere nei pressi dello Stadio Olimpico per qualche capriccio del mio intestino. Di giorno fa solo caldo e di sera inizia un via-vai di signorine in abiti succinti che infestano l’ascensore di profumi di quart’ordine e rendono felici i clienti in attesa nelle proprie camere. Nella mia, oltre al ventilatore, non si muove nulla.
Tutti al mare
Risolti i problemi intestinali, decidamo di andare alla scoperta della Cambogia costiera: Sihanoukville (ex Kompong Som). Altro puttanaio infestato da bordelli e casino’, dove gli autisti di tuk tuk, oltre a portarvi da un posto all’altro, vi offrono massaggiatrici (boom-boom) o droghe di ogni tipo. C’e’ bisogno sempre di qualche giorno per superare questo supplizio che limita un luogo cosi’ bello ad un bordello turistico.
Sembra che la comunicazione coi locals sia limitata a questi scambi di offerte e canonici “No, thanks!”, ma basta uscire un po’ dal raggio d’azione dei piranha accalappia turisti, noleggiando uno scooter e spingersi oltre l’ultima spiaggia della costa, per trovare pace, mare splendido, acqua bollente e, ahime’, tanta spazzatura. Purtoppo in Cambogia e’ proprio l’ignoraza a coordinare i mali ed i limiti dello sviluppo. Il cambogiano tipo, dopo aver consumato un pasto o dopo aver domato la sete, si lascia scivolar dalle mani, con ammirevole noncuranza, la bottiglia, la lattina la sportina -rigorosamente di plastica- o il contenitore di polistirolo; poco importa se cadra’ in mare, sulla spiaggia o in un appropriato, quanto improbabile, cestino.
Nel paese del sorriso si inquina a trentasei denti!
l’happy hour in un barettino sulla spiaggia, giocando a biliardo in un sereno crepuscolo, quando all’improvviso appare sulla buca d’angolo San Patrizio, o almeno i fantasmi di Siem Reap (vedi bolletthai 5). Noi si fa orecchie da mercante e si continua a mescere luppolo e malto.
In un batter d’occhio si fanno le otto di mattina e ci ritroviamo abbracciati ad un gruppo di backpackers francesi a cantare e a bere Pastis nello stesso bar, con il sole che cominciava a bruciare!
Notevole l’esibizione di Federigo e di un simpaticissimo quanto ubriachissimo transalpino, cercando di comunicare nella lingua di Moliere pur non condividendone le stesse conoscenze, ma questo Fede non lo sa ! Il risultato comunicativo e’ stato piu’ che raggiunto! Non fateglielo ripetere da sobrio, per carita’ !
Relax
Mi rilasso su una poltroncina per leggiucchiare davanti al golfo del Siam e tra le tantissime richieste delle venditrici di frutta, massaggiatrici, mani/pedicure, mendicanti, zupparole e gamberaie, si ferma una signora con la quale riesco a scambiare qualche parolina in inglese. Ci presentiamo e incontrando notevoli difficolta’ nel pronunciare i nostri nomi, le propongo di scriverli su di un pezzo di carta. Resto di marmo quando lei ha dovuto tirar fuori il suo documento per ricopiare il proprio nome sul foglietto. Non so come ho fatto a camuffare l’imbarazzo in ironica complicita’.
Si moltiplicano le ONG che lavorano in Cambogia; e’ facile incontrare scuole di Pedagogia per formare gli insegnanti; si cerca di reinserire nella societa’ chi ha pagato con un arto il prezzo dell’odio fraticida; centri di formazione alberghiera per dare un’alternativa a chi altrimenti e’ costretto a frugare nelle discariche il modo per arrivare a fine giornata o spazi per far dipingere i bimbi invece di mendicare in spiaggia. Potrei continuare ore ad elencare i progetti che, come gocce d’acqua in un oceano di problemi, cercano di contribuire alla rinascita del paese.
martedì, aprile 21, 2009
Di come si annegano nello spirito sanpartikkiano le avventure tragicomiche dei nostri beniamini tra i templi di Angkor
Sembrerebbe quindi logico pensare che appena svegliati nella nostra guest house cinese, ci si fosse lanciati verso la meta ultima del viaggio; e invece no !!
Cosi’ come a tavola ci si tiene da parte il boccone piu’ gustoso del piatto, anche noi abbiamo deciso di passare la giornata in giro per Siem Reap lasciando l’archeologia ai giorni successivi . Lo so, sarebbe un po’ come dire che uno si attraversa mezzo pianeta per vedere il colosseo e decide di passare la prima giornata a Tor Pignattara o all’Eur ma non di meno volevamo entrambi gustarci il momento dell’anticipazione. Di fatto questa scelta masochista ci e’ stata propizia giacche’ seguendo le indicazioni della fida Lonely Planet, abbiamo trovato un’altra guest house dove per 7$ in tutto avevamo non solo un stanza ugualmente decente ma colazione illimitata per tutto il giorno e biciclette a disposizione, il tutto gratis !!!! Trasferirci e’ stato un attimo e nella nostra nuova magione abbiamo conosciuto due signore svizzere che ci hanno fornito tutte le informazioni utili per visitare il gigantesco sito che si estende per circa 300 kmq.
Galvanizzati dalle loro descrizioni e giunti oramai alle 5 del pomeriggio restava solo un ostacolo da superare ossia gli 8 km che separano la citta’ dall’ingresso del gigantesco complesso. Per chi ci conosce o ha gia’ avuto modo di vedere le foto che mastro Ennio ha messo su Faccialibro, sapra’ che entrambi non abbiamo propriamente il fisico ne’ di un ciclista tantomeno di un atleta (personalmente in passato mi sono stati anche espressi dubbi sull’appartenenza al genere umano) da qui il fondato dubbio che problemi di natura cardiovascolare ci avrebbero potuto cogliere entro i primi 600 metri. Eppure, complice la totale assenza di pendenze di alcun genere e la voglia accumulata in tutti questi anni, siamo giunti a cavallo delle nostre biciclette alle mura perimetrali del tempio di Angkor Wat.
So di essere noto per la mia pressoche’ assenza di romanticismo e sensibilita’ eppure davanti al profilo di una delle meraviglie del mondo con il sole che lentamente si avviava verso il tramonto, sono/siamo rimasti assolutamente senza parole. Da qui in poi potrei descrivervi pietra per pietra i 3 giorni – tanto era la durata del nostro pass – trascorsi ad Angkor ma……se volete saperne di piu’ vi consiglio solo di andarci !
La scelta di un tempio minore ma situato nell’unica altura naturale e’ stata vincente, cosi’ come l’arrampicata per raggiungerlo e’ stata mortifera (se pensate che sia impossibile grondare di sudore alle 6 del mattino vi assicuro che vi sbagliate).
Una sosta di un’ora e mezzo e’ stata sufficente a far si che interi eserciti di giapponesi cominciassero la loro lenta ma costante invasione di tutto l’enorme sito e gia’ quando siamo scesi dalla collina in direzione del Bayon, sembrava di essere a Tokyo.
Ma a fine di smentire quanto detto finora riguardo alle nostre condizioni fisiche, malgrado avessimo gia’ percorso piu’ 25km, sulla strada del ritorno ci siamo lanciati in una corsa cronometro degna della Milano-S.Remo che ha visto Ennio soccombere non per angina pectoris bensi’ per rottura della catena, il tutto sotto lo sguardo un po’ incuriosito degli abitanti del luogo.
VADO AL MASSIMO!
SE IL BUONGIORNO SI VEDE DAL MATTINO...
A dir la verita' la mattinata era cominciata sotto auspici piu' che nefasti. Ennio attanagliato da pensieri artistici, aveva messo la sveglia alle 5 del mattino per andare a fotografare l'alba sui templi. Nobile e romantico intento completamente spazzato via da un inatteso banco di nuvoloni che ha oscurato il cielo di Siem Reap fino a verso le 9. Dal canto mio, avendo declinato educatamente la proposta del compagno di viaggio comprensiva di tale orribile orario di sveglia, mi sono lanciato alle 7.30 per raggiungerlo ed iniziare la visita della perla di Angkor come da programma. Uniti nel viaggio e nella sfiga, ad esattamente meta' strada - leggi 4km dalla guest house - la camera d'aria della mia bicicletta decide che, dopo anni di maltrattamenti ed abusi, e' arrivato il momento di andare finalmente in pensione facendomi passare dallo status di veloce ciclcista a quello piu' sconveniente di pedone con carcassa biruota a carico.
Il giorno dopo eravamo piu' simili ai ruderi che avevamo visitato nella 3 giorni cambogiana che non a degli esseri umani e malgrado questo progettavamo gia' il nostro spostamento verso la capitale Phnom Phen.

